11 giu 2014 - Nicola Ceragioli: “il mio percorso verso Poggibonsi ..."

Nicola Ceragioli: “Ecco la storia del mio lungo percorso che mi ha portato a Poggibonsi…”

     Intervista esclusiva Gran Tennis Toscana


Il suo è un percorso partito da lontano, e già molto lungo e ricco di soddisfazioni nonostante la giovane età. 

Nicola Ceragioli è uno dei tecnici più affermati e polivalenti di tutto il panorama tennistico nazionale: da un mese è iniziata per lui e per il suo staff, composto dall’istruttore, classificato 2.3,Andrea Turini e dal preparatore atletico Filippo Della Latta, una nuovissima avventura presso il Tc Poggibonsi. Abbiamo raggiunto in esclusiva Nicola, che ci racconta come è nata e come si è sviluppata la sua carriera di allenatore.

Partiamo dagli inizi, Nicola, fino ad arrivare ai giorni nostri e alla neonata esperienza presso il Tc Poggibonsi…
Tutto è iniziato nel 2001, quando un infortunio alla spalla durante la mia carriera di giocatore di medio livello (ho avuto un best ranking di 2.7) mi ha portato ad attaccare la racchetta al chiodo e ad intraprendere la carriera di insegnante. Ho partecipato alla Scuola Maestri e ho iniziato a lavorare sotto casa presso il Circolo Tennis Lido di Camaiore, dove ho avuto la fortuna di trovare un gruppo di Under di grande livello, composto tra gli altri da Davide Della Tommasina e Corinna Dentoni. Da lì si sono susseguite una serie di vicende e di occasioni che mi hanno portato in giro per il mondo. Veridiana Verardi è stata la prima atleta professionista che ho seguito in maniera stabile, subito dopo Andrea Arnaboldi. Con lui ci siamo trasferiti nel 2004 a Valencia, dove ho fatto parte di un team professionale in cui, tra gli altri, si allenava Sara Errani. Dopo due anni ho ricevuto la proposta da Massimo Sartori di trasferirmi a Caldaro dove ho avuto la fortuna di seguire, oltre a Andreas Seppi, Simone Vagnozzi eKarin Knapp. Nel 2008 ho allenato per un anno Gianluigi Quinzi, dopo di che il rapporto si è interrotto in maniera consensuale. Infine, grazie anche alle esperienze che ho maturato, Renzo Furlan mi ha chiamato al Centro Federale di Tirrenia, dove seguivo in maniera stabile Federico Gaio e Alessandro Giannessi, assistendo alla crescita enorme soprattutto di quest’ultimo. Un paio di anni fa, anche per vicissitudini personali, ho deciso di interrompere la mia vita da “giramondo” e stabilizzarmi con la mia famiglia: prima ho preso in gestione la scuola tennis del Tc Lido di Camaiore, poi è capitata l’occasione di venire a Poggibonsi…

Perchè proprio Poggibonsi? Che cosa ti ha convinto di accettare la proposta del circolo valdelsano?
Perchè qui c’è l’ambiente e ci sono le persone giuste per sviluppare un progetto importante. Mi è stato chiesto di portare tutta la scuola tennis ad un livello medio più elevato, e cercheremo di farlo senza dimenticare le eccellenze agonistiche che il circolo ha, come la squadra maschile di Serie B e quella femminile che sta disputando i play-off nazionali di Serie C. Ci tengo a dire che inizieremo a collaborare anche con Massimo Sartori, che scenderà in Toscana alcune volte l’anno e starà a contatto con i ragazzi per qualche giorno, supervisionando il nostro lavoro.

Che cosa porti a Poggibonsi? Quali sono le tue metodologie di lavoro e i tuoi obiettivi?
Sintetizzerei tutto con una parola: la semplicità. Lavorando con coach e giocatori professionisti, ho imparato che la prima cosa che deve essere ricercata è l’essenzialità, la cura di aspetti semplici, dopo di che si può lavorare su concetti più complessi. Toni Nadal, per fare un’esempio, si stupiva del fatto che quando veniva in Italia i suoi simposi erano frequentati da oltre 300 persone, mentre in Spagna al massimo da venti. Si stupiva del fatto che le persone si aspettassero da lui un elisir per creare un campione, quando la sua principale ricetta era il rispetto, l’educazione e il buonsenso. Per quanto riguarda gli obiettivi, con la dirigenza poggibonsese ci siamo proposti di lavorare sul lungo periodo, almeno a 6/8 anni, quando sarebbe bello schierare in campo squadre di alto livello composte esclusivamente da giocatori del nostro vivaio.

Tra i nomi di campioni che hai seguito, ci incuriosice quello di Gianluigi Quinzi, che da molti addetti ai lavori è considerato un futuro top ten. Che cosa ne pensi a riguardo?
Posso dire che Gianluigi ha doti tennistiche straordinarie, è un lavoratore unico e raramente ho trovato ragazzi di una simile disponibilità. La sua attitudine al lavoro era tale che già da Under è stato abituato a carichi di fatica e a trasferimenti transoceanici davvero pesanti, tanto che io ho cercato di instradarlo verso un lavoro meno intenso, ma di maggior qualità. Sia Gianluigi che la famiglia sono persone molto ambiziose, che avrebbero voluto primeggiare sia a livello juniores che da adulto, mentre io cercavo di avere una visione più di lungo periodo. Alla fine questa diversa “filosofia” ha portato alla rottura, ma ci siamo lasciati in ottimi rapporti e ho grande stima di lui.

Dopo quasi dieci anni di esperienze professionistiche in giro per il mondo, hai deciso di fermarti e di “stanziarti” in un circolo. Quali sono i “pro” e i “contro” del lavoro di coach rispetto a quello di maestro di circolo?
Ogni valutazione, purtroppo, parte da motivi economici. Se fino a qualche anno fa era possibile girare il mondo con ragazzi promettenti seppure non tra i primi 200 al mondo, oggi se non segui un top 100 ti ritrovi a fare un lavoro economicamente non gratificante. Sei almeno 30 settimane l’anno in giro per il mondo, non hai alcuna stabilità, e difficilmente riesci a curare relazioni umane in maniera duratura. E’ una vita molto dura e se, economicamente il gioco non vale la candela, dopo un po’ ci pensi bene a continuare… Quando fai il coach vivi solo per quello e pensi solo a quello, e a un certo punto puoi diventare ciò che gli spagnoli chiamano “quemado”. Prosciugato, bollito…

Le tue numerose esperienze ti permettono di fare un raffronto tra il lavoro svolto in un’accademia private con quello svolto in un centro Federale, in particolare a Tirrenia. Che differenze ci sono?
Non ci sono molte differenze in termini di professionalità o metodologie di lavoro: anche a Tirrenia è possibile trovare allenatori bravissimi e preparatissimi. Il punto, difficile da spiegare se non lo vivi, è che il contesto di un centro Federale a mio parere non è l’ideale per diventare un tennista di altissimo livello, perchè ci sono una serie di elementi esterni al campo e una serie di messaggi negativi che arrivano al giocatore e che in qualche modo possono limitare la sua crescita. In un’accademia privata spesso è diverso, almeno in quelle gestite dai coach più bravi. D’altronde si tratta di un dato incontrovertibile e chiaro: da Tirrenia negli ultimi dieci anni non è uscito un tennista di altissimo livello, mentre da altre Accademie, italiane e straniere, sì.

Per concludere la nostra chiaccherata, ti facciamo la stessa domanda che abbiamo posto ad altri coach: quali sono gli ingredienti fondamentali per costruire un campione…?
In breve, una mentalità incentrata sulla crescita continua, come persona e come atleta, e motivazioni fortissime. A ruota ovviamente serve un’attitudine tecnica, fisica e mentale, ma senza i primi due aspetti è quasi impossibile creare un professionista.

Andrea Turini, Nicola Ceragioli e Pieroni GiampierAndrea Turini, Nicola Ceragioli e Pieroni Giampier